Uno studio rileva il pechè della maggiore diffusione dell’Alzheimer nelle donne

La riduzione del livello degli estrogeni associata alla menopausa è un fattore di rischio, ma uno studio condotto da un gruppo di ricercatrici del Cnr-Ibbc mette in luce che gli stessi ormoni, sin dalla prima fase dello sviluppo, potrebbero favorirne l’insorgenza. Gli estrogeni tendono infatti a sfavorire nelle donne l’utilizzo dell’ippocampo, la struttura cerebrale deputata alla formazione della memoria a lungo termine e all’orientamento spaziale, e proprio il suo minore uso potrebbe essere alla base di una sua maggiore vulnerabilità agli effetti dell’invecchiamento, tra i quali la riduzione di volume e la formazione di placche. La ricerca è stata pubblicata su  Progress in Neurobiology

La malattia di Alzheimer, patologia neurodegenerativa che distrugge le cellule del cervello, è la più diffusa tra le forme di demenza e, a causa dell’invecchiamento della popolazione, il numero delle persone che ne soffrono tenderà ad aumentare. A essere più colpite da questa forma di demenza  sono le donne e questo è dovuto all’ingresso in menopausa e al conseguente calo degli estrogeni, evento che determina la maggiore vulnerabilità femminile alla malattia, poiché questi ormoni svolgono una funzione protettiva contro la morte cellulare (apoptosi) e l’infiammazione che favorisce la formazione di placche di Beta amiloide, il cui accumulo è tra le cause della patologia. Proprio alla migliore comprensione delle ragioni che determinano la sua maggiore diffusione nel sesso femminile ha lavorato un team formato Giulia Torromino dell’Istituto di biochimica e biologia cellulare del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ibbc) e coordinato da Elvira De Leonibus del Cnr-Ibbc e del Telethon Institute of Genetics and Medicine della Fondazione Telethon, con il contributo  di Adriana Maggi dell’Università di Milano, all’interno di un progetto di ricerca finanziato dall’Associazione Americana per la malattia di Alzheimer (SAGA-17-418745) e pubblicato sulla rivista Progress in Neurobiology.
La ricerca ha portato all’elaborazione di una nuova ipotesi che parte dalla raccolta di evidenze scientifiche pre-cliniche (su modelli animali) e cliniche, che mostrano come i maschi e le femmine utilizzino strategie cognitive diverse. “Se si chiede a delle persone di imparare a orientarsi in una città nuova per spostarsi da casa al lavoro, la maggior parte dei maschi tende a costruire una visione dall’alto della città, organizzata in una mappa spaziale, le femmine tendono invece a utilizzare una strategia ‘route-finding’ (ovvero, destra-sinistra, dritto, etc.)”, spiega De Leonibus. “L’utilizzo di queste due diverse strategie (la mappa e il route-finding) si basa sull’attivazione di circuiti cerebrali diversi: la creazione di una mappa richiede necessariamente il coinvolgimento dell’ippocampo, struttura del cervello che svolge un ruolo importante nella formazione della memoria a lungo termine e nell’orientamento spaziale, e che costituisce la regione più colpita dalla malattia di Alzheimer; per il ‘route-finding’ si possono usare invece altre regioni cerebrali, ad esempio il circuito fronto-striatale”.

Ma perché le donne non utilizzano l’ippocampo per compiti cognitivi che negli uomini sono tipicamente dipendenti proprio da quest’area del cervello? “Dall’analisi della letteratura corrente abbiamo osservato che la presenza di testosterone (ormone maschile), rispetto agli estrogeni (ormoni femminili), durante lo sviluppo del cervello, favorisce un maggiore sviluppo e una crescita neuronale dell’ippocampo. Inoltre, le evidenze sperimentali dimostrano che le fluttuazioni cicliche dei livelli di estrogeni nelle femmine adulte conferiscono instabilità alla rete ippocampale da cui dipendono i meccanismi della memoria, mentre nei maschi c’è una relativa stabilità dei livelli di testosterone”, prosegue la ricercatrice del Cnr-Ibbc.
Nelle donne, la variazione dei livelli di estrogeni agisce quindi sulla memoria. “Queste mutazioni ormonali, indipendenti dal fatto che ci sia qualcosa da memorizzare, attiva la risposta dei neuroni ippocampali e ne rafforza le connessioni, fenomeno che abbiamo definito ‘engramma da estrogeno’. Ma dal momento che questo processo non è legato a una memoria da formare abbiamo ipotizzato che esso possa produrre una sorta di ‘rumore’ nella rete ippocampale, che disturba la stabilità degli altri ricordi”, precisa De Leonibus. “Dunque, essendo l’ippocampo più sensibile di altre regioni all’effetto degli estrogeni, viene utilizzato meno dalle donne e proprio questo suo scarso utilizzo potrebbe essere ciò che lo rende nel tempo più esposto agli effetti dell’invecchiamento, secondo un meccanismo ‘use or loose it’ (se non lo usi lo perdi). Non bisogna infatti credere che a invecchiare per lo scarso utilizzo siano solo i muscoli, lo stesso accade anche alla funzionalità cerebrale”.
Per aiutare l’ippocampo a “restare in forma” è fondamentale svolgere programmi di esercizio fisico  e di allenamento cognitivo, strategie alle quali le donne rispondono meglio degli uomini. Proprio per questo De Leonibus e il suo team, per prevenire l’Alzheimer nelle donne, propongono il ricorso, oltre che alla terapia sostitutiva a base di estrogeni, a trattamenti comportamentali specificamente progettati. “Tra gli sport che potrebbero aiutare le donne ad allenare la rete ippocampale sin dalla giovane età, c’è  l’orienteering”, conclude la ricercatrice. “Sport ancora poco noto in Italia, consiste nell’effettuare un percorso a tappe in un ambiente naturale, generalmente un bosco, con il solo aiuto di una bussola e di una cartina geografica dettagliata in scala. Come detto, l’ippocampo è una regione altamente specializzata per l’orientamento spaziale, per cui questo tipo di allenamento coinvolge questa struttura cerebrale più di altre. È importante comunque sottolineare che le differenze di genere nell’utilizzo delle diverse strategie cognitive possono essere modulate da fattori ambientali legati all’educazione e che non tutte le donne mostrano il profilo di ‘non ippocampo-user”’. 
Questi risultati rafforzano ulteriormente l’importanza degli studi che mirano a identificare le differenze di genere e a verificare se queste si associano a un profilo a più alto rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer.

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Energia: online report sui comportamenti in ambito domestico

È online il report “I comportamenti energetici in ambito domestico – Dimensioni culturali, sociali ed individuali”, risultato della collaborazione tra Università Statale di Milano (Cattedra di Psicologia Sociale)e Italia in Classe A, la campagna nazionale sull’efficienza energetica promossa dal Ministero dello Sviluppo Economico e realizzata da ENEA. Si tratta di una ricerca interdisciplinare, condotta da Paolo Inghilleri (coordinatore), Marco Boffi, Linda Grazia Pola e Nicola Rainisio, che analizza i problemi ambientali alla luce della psicologia e delle scienze sociali applicate, approfondendo il rapporto tra culture e comportamenti energetici con un focus sul contesto italiano e sull’uso domestico dell’energia.

Ne emerge una sostanziale contraddittorietà della situazione nazionale, caratterizzata da un lato da atteggiamenti vicini a quelli dei paesi più avanzati nell’ambito della sostenibilità (elevata percezione dei rischi del cambiamento climatico, fiducia nell’azione collettiva, ampia diffusione di alcune pratiche di sostenibilità), dall’altro da indicatori di segno opposto (individualismo/mascolinità, scarsa percezione di responsabilità individuale, rifiuto verso le politiche disincentivanti, diffusione poco sviluppata di alcuni comportamenti pro-ambiente). Inoltre nel contesto italiano le differenze su scala territoriale sono così significative da consigliare l’adozione di modalità d’intervento differenziate, “targettizzando” messaggi, pratiche e proposte politiche e puntando sui vantaggi ai quali gli italiani sono più sensibili: il risparmio economico ela riduzione dei rischi per la salute.

Il report consiglia di promuovere i comportamenti domestici virtuosi incentivando, ad esempio, le buone pratiche riguardanti gli elettrodomestici più diffusi (lavatrici e frigoriferi) e quelle legate alla gestione dei riscaldamenti. La ricerca evidenzia infatti che il riscaldamento domestico costituisce la principale voce di spesa energetica per i cittadini e che le ore di accensione invernali risultano, soprattutto nel Settentrione, sovradimensionate rispetto all’attuale situazione climatico-meteorologica. Inoltre, il dato urbano (assenza di minori consumi a fronte di temperature mediamente più alte a causa delle isole di calore) lascia presupporre che la dimensione psicologica abbia un impatto particolarmente significativo in quest’ambito. È presente, inoltre, l’indicazione di investire sul target emergente delle famiglie mono-componente, che attualmente rappresentano un terzo dei nuclei residenti in Italia e sono caratterizzate da un maggior consumo energetico pro capite rispetto a tutte le altre tipologie familiari.

“L’approfondimento delle dimensioni culturali e psico-sociali della sostenibilità ambientale èuna necessità urgente nelle società contemporanee”, spiega Ilaria Bertini, direttore del Dipartimento Unità Efficienza Energetica dell’ENEA. “Nel corso dei prossimi decenni, attraverso la sostituzione dei sistemi energetici esistenti con modelli di produzione alternativa, assisteremo a una delle più importanti trasformazioni tecnologiche mai avvenute e questo cambiamento richiederà un forte impegno da parte del mondo delle istituzioni e della ricerca” aggiunge. “La sfida che gli autori del report lanciano ai decisori politici è quella di ripensare un approccio e dare vita a nuove strategie di comunicazione e informazione in grado di rispondere ai cambiamenti che la transizione energetica sta mettendo in atto a livello globale, individuale e collettivo. Come ENEA vogliamo contribuire a realizzare gli strumenti più idonei a raccogliere questa sfida”, conclude Bertini.

Per il report completo: https://www.efficienzaenergetica.enea.it/component/jdownloads/send/9%20-materiale-informativo/431-promuovere-i-comportamenti-di-risparmio-ed-efficienza-energetica-versione-hd.html

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L’intelligenza delle onde

Un team di ricercatori del Dipartimento di fisica della Sapienza Università di Roma e dell’Istituto dei sistemi complessi del Cnr, ha proposto un nuovo modello di intelligenza artificiale che sfrutta la propagazione di onde per compiere attività complesse come comprendere un testo o guidare un’automobile. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Physical Review Letters

laser beam in optical laboratory

L’intelligenza artificiale in genere evoca l’immagine di una complessa rete di computer, disposti in interminabili stanze, che elaborano immense quantità di dati per le funzioni più disparate: il riconoscimento di immagini, la traduzione di testi, le strategie per sconfiggere un campione di scacchi, od ottimizzare portafogli azionari.

Tuttavia, la superiorità dell’uomo rispetto alla macchina è ancora evidente se si analizza il consumo di energia necessaria per addestrare un computer, per esempio, a riconoscere un gatto da un cane e lo si rapporta ai pochi cucchiaini di zucchero che bastano al nostro cervello per fare operazioni molto più complesse, come comprendere un testo o guidare un’automobile. Il divario tra uomo e macchina è impietoso: si stima che “insegnare” a una rete neurale a compiere attività complesse inquini quanto 20 volte un essere umano in un anno.

Nell’ultimo decennio, gli studi di settore si sono focalizzati su un nuovo modello d’intelligenza artificiale definito “neuromorfico”, perché simile nel funzionamento al cervello umano e come tale con un consumo di energia potenzialmente molto ridotto per l’apprendimento.

È in questo ambito di studi che Giulia Marcucci, Davide Pierangeli e Claudio Conti del Dipartimento di fisica della Sapienza e dell’Istituto dei sistemi complessi del Cnr, hanno proposto un modello completamente innovativo per realizzare un sistema d’intelligenza artificiale che, sfruttando la propagazione di onde luminose, è in grado di fare computazione in maniera “economica”.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Physical Review Letters, si basa sul fatto che nel nostro cervello si propagano onde di natura chimica ed elettrica, comunemente denominate onde cerebrali, che ci permettono di svolgere le operazioni complesse alla base dei nostri comportamenti. Come un bambino appena nato sa muovere le gambe, usare gli occhi per esplorare l’ambiente, chiudere o aprire la bocca per reagire agli stimoli, o addirittura nuotare, senza che il suo cervello sia mai stato istruito a farlo, il sistema fisico studiato dal team è in grado di svolgere operazioni complesse senza addestramento.

“Nel nostro lavoro – spiega Claudio Conti – abbiamo mostrato come, sfruttando la propagazione delle onde luminose di un fascio laser, e la loro interazione in un cristallo, si possano risolvere diverse tipologie di problemi computazionali in maniera potenzialmente molto efficiente da un punto di vista energetico. Le applicazioni includono la classificazione di big data, l’analisi delle immagini e nuovi calcolatori neuromorfici”.

L’intelligenza artificiale tradizionale prevede la realizzazione di sistemi elettronici da addestrare sotto ogni aspetto con un dispendio di energia molto alto. Questo studio ha dimostrato come le onde possiedano una capacità computazionale dal bassissimo consumo energetico, il cui vantaggio è evidente soprattutto in relazione all’inquinamento e all’impatto ambientale. Il passo successivo sarà quello di effettuare verifiche sperimentali sul sistema al fine di sostituire le complesse e costose reti di computer con piccoli dispostivi ottici che sfruttino l’intelligenza delle onde.

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Una rete tra Aree marine protette sarde tra tutela ambientale e sviluppo economico: Parte da Santa Teresa Gallura l’appello ai territori

Una rete tra le Aree marine protette della Sardegna per cogliere le opportunità che la difesa dell’ambiente e delle biodiversità marine aprono sul sistema economico territoriale. La sfida è stata lanciata da Santa Teresa Gallura dove esperti e istituzioni si sono confrontati per tracciare un quadro sui riflessi che proprio le aree marine sarde possono avere su tutto il settore economico isolano, a partire dal comparto turistico. L’occasione è stata l’incontro intitolato: “Area marina protetta Capo Testa-Punta Falcone, startup e futuro: quali prospettive per il territorio?” che si è svolto ieri sera in piazza Libertà nel Comune gallurese. Un incontro voluto dall’amministrazione di Santa Teresa che proprio recentemente ha varato il nuovo Disciplinare della neo costituita Area Marina Protetta Capo Testa-Punta Falcone. Il regolamento permetterà una maggiore tutela del paesaggio marino e costiero ma offrirà anche nuove vie di sviluppo per cittadini e imprese, attraverso una più sostenibile fruizione delle bellezze naturalistiche del territorio.

“Confidiamo e speriamo che nei prossimi dieci anni ci sia una presa di coscienza più forte del nostro patrimonio ambientale e che questo possa diventare sempre più anche un valore economico – dice il sindaco di Santa Teresa Gallura, Stefano Pisciottu, aprendo i lavori del dibattito – proprio il nostro ambiente protetto ci consentirà di continuare a fare attività turistica in modo sempre più sostenibile e consapevole e di far diventare questo patrimonio il punto di crescita della nostra comunità e di tutto il nord Sardegna – conclude – prossimo passo, sarà quello di permettere a tutte le aree marine dell’isola di dialogare tra loro e rappresentare il territorio in modo univoco”. 

OCCASIONI DI SVILUPPO. Che le aree marine protette della Sardegna possano giocare un ruolo decisivo per la tutela ambientale ma anche per la crescita economica dei territori se unite in rete, ne è convinto anche Augusto Navonedirettore dell’Area Marina Protetta Tavolara-Punta Coda Cavallo. “Crediamo in una strutturazione allargata delle aree marine protette – dice – dovremmo iniziare a ragionare su una grande riserva Mab-Unesco che vada dall’Asinara a Tavolara passando per Santa Teresa Gallura e non solo. È una strada percorribile oltre che un’ambizione che possiamo perseguire”. Dall’esperienza dell’Area marina di Tavolara, infatti, arriva l’esempio di come questi Enti possano offrire lavoro, generare un indotto economico legato alla gestione di progetti nazionali ed europei, creare nuove occasioni di turismo, anche di nicchia come quello subacqueo, e dare valore economico alla piccola pesca. “Le aree marine consentono agli Enti locali di appropriarsi della gestione integrata della fascia costiera – spiega Navone – e lo fanno in modo funzionale a un turismo sano ed equilibrato da una regolamentazione di contorno. Per creare veramente nuove opportunità, però, devono saper cooperare e fare sistema”.

MARE E ZONE INTERNE. “Non guardate solo alle onde del mare ma anche all’entroterra”. È questo, invece, il messaggio lanciato da Emiliano Deianapresidente dell’Anci Sardegna. “Istituzioni ed Enti locali stanno facendo un grande sforzo per fronteggiare la crisi, puntando su assi importanti come l’innovazione, il superamento dei divari digitali, nuove reti e connessioni e la tutela dell’ambiente. In questo quadro, bisogna saper puntare sulle capacita locali di esprimere idee e capitale umano – sottolinea – bisogna far dialogare le comunità e superare l’etica della competizione in favore di quella della collaborazione o non ci saranno prospettive”. All’incontro ha partecipato anche il sottosegretario di Stato alla DifesaGiulio Calvisi. “L’Italia avrà presto 209 miliardi di euro da spendere – ricorda – dentro questa partita ci si può giocare molto del nostro futuro per far crescere il territorio. Dobbiamo operare a livello di valorizzazione ambientale, di digitalizzazione e rafforzamento dello stato sociale – dice – dal connubio ambiente – sviluppo economico ci sono grandi opportunità”. Durante i lavori è intervenuto anche Guido Avallonecomandante in seconda della Guardia costiera di La Maddalena che ha messo in evidenza la vocazione ambientale marina della guardia costiera come braccio operativo del Ministero e l’impegno profuso nel monitoraggio delle aree marine protette sarde che dal prossimo anno potrà contare anche sul nuovo Disciplinare varato dal Comune di Santa Teresa. Da Stefania Pinnaecologa marina ed esponente di Legambiente, infine l’appello a continuare gli sforzi per la tutela della biodiversità marina sarda che riveste un ruolo cruciale anche per occasioni si sviluppo perché “più si tutela la salute dei nostri mari, meglio si contrasta l’impatto dell’uomo sulla natura”. 

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Innovazione: ENEA brevetta metodo di “scrittura” laser per schermi digitali

Realizzare nanocristalli per display ipertecnologici, ad esempio di smartphone, TV e realtà aumentata grazie a un nuovo metodo di “scrittura” laser diretta di nanoparticelle che consentirebbe di abbattere i costi di produzione dei singoli componenti. È quanto hanno realizzato e brevettato i ricercatori ENEA del Laboratorio Micro e Nanostrutture per la Fotonica del Centro Ricerche di Frascati, nell’ambito del progetto europeo MILEDI che ha sviluppato micro-schermi auto insieme al Centro Ricerche Fiat e all’azienda francese MICROOLED che sviluppa microdisplay nel settore della realtà aumentata.

“L’innovazione può essere descritta immaginando un raggio laser con specifiche caratteristiche che ‘scrive’ su una superficie polimerica, opportunamente trattata, delle piccole aree colorate che vanno a formare i pixel. Questi consentono successivamente la formazione dei colori e delle immagini all’interno dei display”, spiega Francesco Antolini, ricercatore ENEA e coordinatore del progetto.

La potenzialità della tecnica, e dei materiali ad essa associati, consiste nel poter ottenere delle aree colorate micrometriche di qualsivoglia forma modulando opportunamente solo i parametri laser, ovvero la potenza e la frequenza dell’impulso, e mantenendo inalterata la formulazione chimica iniziale, sfruttando l’appropriata combinazione di fotonica e nanomateriali.

“Grazie alle proprietà ottiche delle nanoparticelle e alla versatilità della tecnologia laser è pensabile di poter utilizzare i filtri convertitori in campi di applicazione della fotonica, che coinvolgono la manifattura di display, abbattendo i costi di produzione dei singoli componenti”, conclude Antolini.

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Covid-19: prevedere il decorso analizzando il sangue

Le molteplici possibilità che il sistema immunitario intervenga a difesa dell’organismo contro il virus coinvolgono sia la risposta innata che quella adattativa, entrambe con le loro componenti umorali e cellulari. Un nuovo studio diretto dal King’s College London e dal Francis Crick Institute di Londra con la partecipazione dell’Istituto di biologia e patologia molecolari del Cnr, pubblicato su Nature Medicine, mette a disposizione un approccio ad interim per prevedere il decorso della malattia

L’infezione da virus Sars-Cov-2 può essere asintomatica, oppure causare la malattia denominata Covid-19, le cui manifestazioni cliniche sono estremamente eterogenee: da una patologia respiratoria lieve a un quadro clinico grave, in alcuni casi fatale. Analizzando il sangue dei pazienti si possono però ottenere previsioni sul decorso della malattia. Lo studio “Covid-Ip”, condotto da un team internazionale guidato da Adrian Hayday del King’s College London e del Francis Crick Institute di Londra con la partecipazione di Francesca Di Rosa dell’Istituto di biologia e patologia molecolari del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma (Cnr-Ibpm), pubblicato su Nature Medicine, ha identificato alcune alterazioni immunologiche che potranno essere sfruttate per identificare mediante un esame del sangue i pazienti destinati ad aggravarsi.

Un punto di forza dello studio è l’uso di un test per analizzare nel sangue il ciclo cellulare dei linfociti T, cellule fondamentali della risposta immunitaria specifica. “Qualche anno fa abbiamo ideato un test che ci ha consentito di scoprire che nel sangue di topolini vaccinati ci sono linfociti T proliferanti in fase di duplicazione del DNA. Lo studio riguardava allora un vaccino sperimentale in collaborazione con la ditta Reithera”, spiega Di Rosa. “Oggi, nel nuovo studio Covid-Ip, il test ci ha consentito di identificare alcuni sotto-tipi di linfociti T proliferanti nei pazienti più gravi e di avere informazioni dettagliate sul loro ciclo cellulare, ovvero l’insieme degli eventi compresi tra la formazione di una cellula e la sua divisione in due”. La proliferazione si accompagna ad una marcata diminuzione nel sangue dei linfociti T nei pazienti Covid-19 più gravi.

“Questi risultati aprono la strada a una migliore comprensione delle funzioni dei linfociti T in questa malattia. In particolare, le alterazioni dei linfociti T potrebbero riflettere la capacità del virus Sars-Cov-2 di tenere sotto scacco la risposta immunitaria, nonostante quasi tutti i pazienti abbiano anticorpi specifici nel sangue, prodotti dai linfociti B. I linfociti T e B sono le cellule del sistema immunitario che si occupano di mediare la risposta specifica contro un agente patogeno, infatti in presenza di uno stimolo i linfociti si attivano e si riproducono velocemente per fronteggiarlo. Nel Covid-19 la risposta dei linfociti T appare disregolata”, prosegue la ricercatrice del Cnr-Ibpm. “Altro elemento correlato con la gravità del decorso clinico è la notevole riduzione dei granulociti basofili e delle cellule dendritiche plasmacitoidi. Inoltre, è stato dimostrato che l’aumento dei livelli di una triade di molecole – chemochina IP-10, interleuchina-10 e interleuchina-6 – è un segnale premonitore dell’aggravarsi della malattia più attendibile di quelli finora analizzati (proteina C-reattiva, ferritina, D-dimero)”.

Le potenziali implicazioni di questo studio, condotto su 63 pazienti ricoverati con Covid-19 presso gli ospedali Guy’s e St Thomas’ di Londra, appaiono interessanti. “Se confermate in un numero più elevato di pazienti, queste informazioni potranno rivelarsi utili a scopi prognostici, consentendo di prevedere quali siano i pazienti maggiormente a rischio di aggravarsi e di mettere così in atto tempestive e adeguate misure”, conclude Di Rosa.

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Agricoltura: ENEA nel progetto europeo per la lotta alla desertificazione

Rigenerare i suoli agricoli a rischio desertificazioneattraverso un innovativo biotrattamento che coniuga ricerca scientifica, economia circolare e bassi costi di produzione. È l’obiettivo di POREM, un progetto da quasi1,5 milioni di euro del programma europeo LIFE, che vede la partecipazione per l’Italia di ENEA, Gruppo Soldano srl di Limbadi (Vibo Valentia)e ASTRA Sviluppo e Innovazione di Faenza (Ravenna) nel ruolo di coordinatore.

Il gruppo di ricerca, che comprende anche partner provenienti da Spagna e Repubblica Ceca, ha messo a punto un nuovo bioattivatore che utilizza come materie prime la pollina – il principale sottoprodotto dell’allevamento di pollame – e un preparato enzimatico naturale.

“La pollina è ricca di sostanze nutritive e rappresenta una fonte continua e a basso costo di materia organica e di nutrienti per la rigenerazione dei suoli. Mentre il preparato enzimatico deriva da una miscela di piante, come le graminacee e le apiacee, e costituisce l’elemento principale perché modifica la pollina in bioattivatore e ne determina le proprietà”, spiega Alessandra Strafella del laboratorio ENEA di Tecnologie dei materiali di Faenza.

“Il 45% dei suoli europei è a rischio desertificazione – prosegue la ricercatrice ENEA – e puntare su nuovi fertilizzanti non basta più. Con POREM abbiamo ideato una nuova tecnica che è in grado di rigenerare il terreno, migliorare produttività e biodiversità e, soprattutto, ridurre il fabbisogno d’acqua aumentando del 25-35% la ritenzione idrica del suolo. Alla base di questo risultato, c’è un preparato di enzimi che è in grado di nutrire la grande varietà di microrganismi che popolano e rendono fertile il terreno”.

Concretamente, il biotrattamento POREM è in grado di fissare nel suolo il carbonio (+40%), che rappresenta la sostanza organica che aumenta la fertilità del terreno e ne migliora la struttura riducendo i fenomeni di erosione e preservando la sua capacità di regolare i flussi idrici superficiali e profondi. Inoltre, determina un aumento delle sostanze nutritive per le piante, come fosforo (+20%) e azoto (+40%), che vengono trattenute nel suolo e rilasciate lentamente.

Ma c’è di più. La produzione del bioattivatore è a basso impatto ambientale perché riduce le emissioni di gas serra e abbatte il contenuto di ammoniaca (-80%), responsabile del cattivo odore, rispetto alla pollina non trattata. In Europa l’allevamento di pollame rappresenta la quarta fonte di emissione di ammoniaca e ora, grazie al progetto POREM, è possibile riconvertire uno scarto dell’industria avicola in un nuovo prodotto funzionale per il mantenimento della fertilità e della funzionalità dei suoli.

Finora nel nostro paese (precisamente in Calabria e in Puglia), sono state prodotte circa 3 tonnellate di bioattıvatore; in questa prima fase ENEA si è occupata del monitoraggio delle emissioni di CO2, ammoniaca, metano e idrogeno solforato, attraverso l’utilizzo sensori posti all’interno e sulla superficie dei cumuli, e dell’analisi delle caratteristiche chimico-fisiche del bioattivatore per valutare evoluzione, stabilità termica e decomposizione.

I primi test in campo sono stati condotti da ASTRA su campi coltivati a pomodoro a Cesena e a orzo in provincia di Foggia. In entrambi i casi i risultati preliminari si sono dimostrati promettenti. Nell’azienda di Cesena le produzioni di pomodoro da industria ottenute con l’impiego di POREM sono risultate comparabili dal punto di vista quantitativo a quelle ottenute con i fertilizzanti di sintesi e decisamente maggiori rispetto a quelle del campione non trattato; dal punto di vista qualitativo, i pomodori hanno raggiunto valori di contenuto zuccherino nettamente superiori, determinando un miglioramento del prodotto e quindi del suo valore commerciale. Questi risultati sono stati raggiunti con un minore quantitativo di azoto (-69%) per ettaro rispetto a quello impiegato con una fertilizzazione minerale raccomandato dai disciplinari di produzione integrata. Nel corso del 2020, sugli stessi appezzamenti di terreno, si ripeterà la prova, ma questa volta sulle coltivazioni di cavolo.

Nell’azienda in provincia di Foggia, i ricercatori hanno rilevato, fin dall’inizio della sperimentazione con POREM, una maggiore vigoria delle coltivazioni, una sorta di “effetto starter” che il bioattivatore potrebbe avere con effetti molto più evidenti in terreni degradati. Nella fase di raccolta, i lotti dove è stato impiegato POREM sono risultati significativamente più produttivi di quelli trattati con BIOAZOTO N12 (un fertilizzante ammesso al biologico) e non trattati. Attualmente il progetto è nella fase di analisi quantitativa e qualitativa dei raccolti di pomodoro e orzo trattati con il bioattivatore POREM. “Il prossimo passo, una volta conclusa la sperimentazione in campo, sarà quello di verificare il miglioramento della qualità dei suoli. A breve, questo sarà possibile grazie all’impiego di sensori computerizzati, già in uso in agricoltura di precisione, che saranno in grado di rilevare le carenze del suolo e quindi di indicare quando e come usare il bioattivatore POREM”, conclude Strafella.

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Mobilità internazionale: oltre 500mila euro all’Università di Sassari per l’International Credit Mobility

Studentesse Vietnamite in Sardegna per ICM all’Uniss

L’Università di Sassari incrementa ulteriormente le opportunità di mobilità internazionale a favore di studenti, docenti e staff: per i prossimi due anni accademici, l’Agenzia Nazionale Erasmus+ ha assegnato all’Ateneo circa 512mila euro per i progetti di International Credit Mobility (ICM) che sono stati tutti approvati.

L’ICM è una misura del programma Erasmus+ finalizzata a promuovere le mobilità per studio, tirocinio, docenza e formazione da e verso le università situate nei Paesi partner del Programma, al fine di accrescere l’attrattività degli atenei, favorire il processo di internazionalizzazione delle istituzioni coinvolte e creare nuove opportunità di scambio in tutto il mondo.

I progetti finanziati all’Università di Sassari, di durata biennale, sosterranno la mobilità in ingresso e in uscita di studenti e staff da e verso Tunisia, Albania, Libano, Uruguay, Vietnam, Brasile e Federazione Russa. Per la Tunisia, saranno coinvolti il dipartimento di Architettura, Design e Urbanistica (nell’ambito del double degree in Pianificazione e Politiche per la Città, l’Ambiente e il Paesaggio), il dipartimento di Medicina Veterinaria e il dipartimento di Agraria, che sostengono gli scambi, rispettivamente, con la Ecole Nationale d’Architecure et d’Urbanisme de Tunis della Université de Carthage, l’Ecole Nationale de Médicine Vétérinaire de la Université de la Manouba e l’Université de Sfax. Per l’Albania, il dipartimento di Medicina Veterinaria e la Agricultural University of Tirana; per il Libano il dipartimento di Agraria e la Lebanese University; per l’Uruguay il dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali e la Universidad de la Republica; per il Brasile il dipartimento di Scienze Umanistiche e sociali e la Universidade Federal de Pelotas; per la Federazione Russa il dipartimento di Chimica e Farmacia e la ITMO University; per il Vietnam, il dipartimento di Scienze Biomediche e la Hue University of Medicine and Pharmacy, nell’ambito del Master in Medical Biotechnology giunto alla settima edizione.

“Tutti i progetti scaturiscono da una solida attività di cooperazione internazionale e mirano a favorire la costruzione di nuovi percorsi di studio internazionali, consentire lo scambio di conoscenze e l’acquisizione di competenze settoriali specifiche e contribuire al generale innalzamento della qualità dell’istruzione superiore”, dichiara il Delegato rettorale all’Internazionalizzazione, Erasmus e Mobilità studentesche prof. Luciano Gutierrez.

Dal 2016 a oggi, l’Università di Sassari ha promosso mobilità di studenti e staff nell’ambito della International Credit Mobility in collaborazione con Università partner della Tunisia, del Marocco, della Georgia e del Vietnam, arricchendo ulteriormente le opportunità di studio, tirocinio, docenza e formazione all’estero per i propri iscritti e per il personale docente e amministrativo.  

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L’università “La Sapienza” lancia nuove App per gli studenti

L’Ateneo lancia tre applicazioni per semplificare l’accesso e migliorare la fruibilità dei servizi offerti agli studenti; un nuovo programma di Intelligenza artificiale, realizzato in collaborazione con IBM, è in fase di sperimentazione su un campione di 1000 studenti

Da quest’anno gli studenti iscritti alla Sapienza potranno usufruire, direttamente dal proprio dispositivo mobile, di tre nuove App che renderanno più semplice l’accesso ai servizi offerti dall’Ateneo migliorandone la fruibilità. Le tre applicazioni riguardano una serie di servizi digitalizzati – dalla tessera dello studente alla carriera didattica – e potranno essere implementate in futuro con nuove opportunità.

SapienzApp

Questa applicazione permette di avere sempre a portata di mano, in totale sicurezza e privacy, il proprio badge digitale e di verificare in maniera istantanea i propri dati personali; inoltre attraverso l’App si possono consultare le principali news e eventi organizzati dall’Ateneo di interesse per gli studenti. Infine gli utenti possono esplorare le strutture didattiche presenti all’interno dell’università, sale studio e aule, e grazie ai servizi di virtual tour organizzare al meglio le proprie giornate nel campus.

Infostud Sapienza

É l’App ufficiale per i servizi di carriera didattica degli studenti Sapienza.

Attraverso l’applicazione gli studenti potranno svolgere le normali operazioni gestionali relative alla carriera universitaria ed effettuare azioni quali, ad esempio, la prenotazione di esami o la stampa delle certificazioni relative al proprio percorso di studi.

Infostud Watson

L’Ateneo ha sviluppato – in collaborazione con IBM – una versione dell’App Infostud Sapienza implementata da un modulo di Intelligenza Artificiale (IA).

Grazie a questo modulo, appositamente integrato e addestrato basato sui servizi IBM Watson Assistant e IBM Watson Text to Speech, lo studente potrà scrivere o parlare direttamente con l’interfaccia conversazionale. Watson interpreta la volontà dello studente e attraverso l’applicazione lo conduce all’operazione desiderata che potrà essere completata in autonomia. Questa soluzione è in grado arricchirsi e “imparare” continuamente grazie ai contenuti delle domande e delle discussioni. Attraverso l’applicazione gli studenti potranno svolgere le normali operazioni gestionali relative alla carriera universitaria e consultare le news di Ateneo.

Questa versione dell’App integrata è in fase di sperimentazione su un campione di 1000 studenti al fine di raffinare le tecniche di apprendimento su esperienze e casi d’uso della platea selezionata.

Alle tre nuove applicazioni si affianca Infostud Lab, l’app sviluppata dagli studenti del dipartimento di Informatica come attività di laboratorio e già presente da alcuni anni sugli store.

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Università. L’ateneo di Cagliari lancia il sistema “a-posto”: ogni studente può scegliere se seguire le lezioni in presenza o a distanza

Gli studenti e le studentesse dell’Università di Cagliari stanno ricevendo in questi giorni nella propria casella di posta elettronica una mail della Direzione Didattica che li invita a scegliere se seguire i corsi integralmente a distanza oppure seguire una parte delle lezioni in presenza secondo una turnazione specifica.

In questo secondo caso – cioè nel caso in cui voglia seguire in presenza – allo studente viene richiesto di accedere ad una pagina web, fruibile da qualunque dispositivo elettronico (smartphone, tablet, pc), e, successivamente a tale passaggio, allo studente viene attribuito un posto nell’aula assegnata al suo anno di corso e indicato un periodo in cui potrà seguire in presenza. Una mappa dei locali ne aiuterà l’identificazione.

Si tratta del sistema denominato “A-posto”, messo a punto dall’Ateneo per garantire agli studenti e alle studentesse un accesso sicuro alle aule, assicurare il distanziamento sociale e favorire la regolarità didattica, anche a seguito delle più recenti direttive ministeriali: è uno specifico sistema di acquisizione vincolante delle disponibilità degli studenti a seguire le lezioni in presenza, secondo turni prestabiliti. Ovviamente quando per la turnazione non sarà possibile seguire in presenza, lo studente seguirà le lezioni a distanza. La scelta fatta è, appunto, vincolante, e resta valida per l’intero semestre.

I calendari delle lezioni – come sempre – saranno disponibili sui siti delle Facoltà e dei corsi di laurea: a questi ultimi sono rimesse le scelte in materia di esami di profitto e di laurea (la scelta se effettuarli in modalità mista o a distanza).

L’opportunità di scegliere se seguire le lezioni in presenza è messa a disposizione dall’Ateneo di tutti coloro che, immatricolati/iscritti in corso, ne facciano richiesta attraverso il sistema descritto. Chi intende seguire i corsi singoli dell’Ateneo, dovrà seguirli a distanza.

 “Si tratta di un’iniziativa importante – commenta Maria Del Zompo, Rettore dell’Università di Cagliari – che ha comportato uno sforzo organizzativo notevole per garantire il diritto allo studio di oltre 24mila studenti. Garantiamo a tutti le stesse possibilità, e non lasceremo nessuno indietro: le lezioni a distanza hanno la stessa qualità di quelle in presenza. Per questo chiedo a tutte le nostre studentesse e i nostri studenti la massima responsabilità nel rispettare le regole che ci siamo dati, compreso il fatto che chi decide di seguire in presenza sia conseguente a questa decisione e cerchi di non assentarsi a lezione”.

Per contrastare la pandemia, ridurre i ricoveri e la mortalità l’Ateneo raccomanda fin d’ora a tutti – studenti, docenti e personale – di attenersi alle indicazioni per contenere il rischio di contagio, disponibili anche sul sito www.unica.it nell’apposita sezione.

Tutti dovranno indossare la mascherina chirurgica, rispettare le distanze imposte dalla normativa in vigore, evitare gli assembramenti, e ogni altra istruzione che possa rendere sicuri i luoghi, le aule saranno sanificate come previsto dalla legge. Sul tema è in preparazione uno specifico provvedimento del Rettore – disponibile a breve – che definirà tutti gli obblighi e i doveri del personale docente, tecnico-amministrativo e degli studenti.

Per malfunzionamenti e richiesta di assistenza è disponibile uno specifico servizio raggiungibile tramite la mail a-posto@unica.it

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