Come ridurre il rischio di ICA negli ospedali

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Dott. Fabio Mazzeo

Un nuovo metodo per sanificare gli ambienti ospedalieri, combattere i batteri, consentendo maggiore sicurezza e un consistente risparmio al sistema salute.

Questa l’essenza del Sistema di pulizia e sanificazione PCHS ®, presentato questo mattina al ministero della Salute.

Secondo un rapporto dell’OMS , le ICA (Infezioni Correlate all’Assistenza) provocano un prolungamento della durata di degenza, disabilità a lungo termine, aumento della resistenza dei microrganismi agli antibiotici, un carico economico aggiuntivo per i sistemi sanitari e per i pazienti e le loro famiglie e una significativa mortalità in eccesso. In Europa, le ICA provocano ogni anno 16 milioni di giornate aggiuntive di degenza, 37.000 decessi attribuibili e 110.000 decessi per i quali l’infezione rappresenta una concausa.

I soli costi diretti di questa vera e propria emergenza negli Ospedali ammontano a circa € 7 miliardi di euro.

“Uno studio tutto italiano che porta risultati di questo tipo è motivo di orgoglio”.

Lo ha dichiarato il prof. Walter Ricciardi, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, nel corso della presentazione di questa metodologia innovativa incentrata sulla competizione biologica. “Sono risultati importantissimi – ha proseguito Ricciardi – che riguardano due priorità della nostra agenda: ridurre le infezioni, prima causa di rischio all’interno degli ospedali; farlo attraverso un sistema che consente un risparmio al Sistema, e dunque fornendo un contributo al nostro dovere di rendere sostenibile la spesa per mantenere la straordinarietà del nostro Servizio Sanitario Nazionale. Il fatto che tutto questo sia arrivato grazie a uno studio che ha messo in rete università e ospedali italiani è un modello che dobbiamo essere in grado di incentivare. A un’ora di aereo da qui ci sono Paesi che mettono a disposizione della ricerca tutto quanto necessario per produrre valore, ricchezza, lavoro. L’Italia ha tutti gli strumenti per essere protagonista del futuro”.

Nel corso dell’incontro sono stati resi noti i risultati ottenuti dallo studio che ha coinvolto le università di Università di Ferrara, Udine, Pavia, Messina e la Bocconi di Milano e 7 ospedali Italiani (Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli – Roma, Ospedale di Santa Maria del Prato-Feltre BL, Ospedale Sant’Antonio Abate -Tolmezzo UD, Istituto di Cura Città di Pavia e Istituto Clinico Beato Matteo di Vigevano PV, Azienda ospedaliera Universitaria Ospedali Riuniti-Foggia, Policlinico Universitario G. Martino-Messina).

Gli interventi del professore Sante Mazzacane e Silvio Brusaferro, della dottoressa Elisabetta Caselli e dell’ingegnere Carla Rognoni hanno chiarito il piano della ricerca, pubblicato sul Journal of Clinical Trials nel 2016 e i risultati ottenuti: la riduzione del 52% delle infezioni correlate all’assistenza, riduzione tra il 70 e il 96% della riduzione dei patogeni rispetto ai metodi tradizionali di igienizzazione e una riduzione tra il 70 e il 99.9% dei germi di resistenza gli antibiotici. E una riduzione del 15-20% dei costi diretti di produzione rispetto ai metodi tradizionali.

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