Mitzas. Lo specchio come metafora del cambio di prospettiva

Siamo abituati a vedere gli specchi soltanto come degli oggetti che riflettono la realtà. Piani lucidi che ci permettono di vedere l’immagine del nostro aspetto o ciò che sta dietro di noi. Raramente li pensiamo come oggetti che ci aprono i confini del reale in una realtà virtuale in cui noi siamo solo un’immagine. Utensili che, come sottolinea filosofo francese Michel Foucault, sono spazi eteropichi ossia “spazi che hanno la particolare caratteristica di essere connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l’insieme dei rapporti che essi stessi designano, riflettono o rispecchiano”. Una realtà virtuale che abbiamo sempre avuto accanto ancora prima dell’arrivo di internet, già da quando, nell’antichità, i primi specchi erano realizzati da semplici lastre di metallo perfettamente lucidate.

Una realtà che si apre oltre la semplice immagine riflessa, un luogo non reale ma che allo stesso tempo esiste, è di fronte a noi, lo possiamo vedere, connesso con noi e con ciò che ci circonda.

Un mondo “alternativo”, 2.0, che rimane rinchiuso all’interno degli stessi specchi e di chi li guarda. Un mondo virtuale in cui non è possibile interagirci direttamente. Con l’arrivo di internet e sopratutto con l’uso massiccio dei social network, la realtà virtuale assume un altro significato: da semplice luogo riflesso si trasforma in uno spazio vivo dove possiamo interagire al punto tale che molto spesso questa prende il sopravvento addirittura sulla realtà. Francesca Fornario, giornalista e autrice satirica, moderatrice della panel di apertura “Through the Looking Glass” del festival Mitzas, dice ad esempio “la politica si fa sempre più su Twitter e non nella realtà. Solo il 40% degli aventi diritto sono andati a votare mentre il 92% mette like su facebook”. Creando una confusione su quale sia la realtà più autentica.

Un meccanismo quello della rete che “ha una struttura che polarizza” dice il giornalista e presidente di Mediacivici Luca De Biaseche clusterizza e permette ai simili di incontrarsi. Un processo che mette in risalto nelle nostre bacheche – il riferimento è ai social network ndr – tutti coloro che la pensano come noi”. Una “comfort zone”, ossia uno spazio virtuale di solidarietà dove ci si sente accettati e parti di un gruppo. Luogo che ha radici lontane nel tempo con una forte ripercussione nelle relazioni umane che oggi assume un significato importante soprattutto nel reperimento delle informazioni. Un processo questo esempio di come l’esser parte di una comunità mostri i reali limiti nel processo di conoscenza. Dati, avvisi, notizie vengono oggi accettati solo se la loro provenienza arriva da una persona appartenente a quel del gruppo, senza una ulteriore forma di critica e di ricerca delle fonti ma dato semplicemente da un algoritmo. Percorso che porta ad una riduzione del fatto in se stesso mettendo in primo piano il pregiudizio e l’opinione limitando in maniera forte ciò che è accaduto realmente. Diventando un problema nel momento in cui questo diviene l’unica modalità di reperimento delle informazioni.

Lo specchio riflette non soltanto le immagini delle persone ma anche la realtà in cui sono immersi. Un oggetto che ci da l’opportunità di cambiare la nostra prospettiva ed il punto di vista di modo da scoprire aspetti prima non erano messi in evidenza come nel caso delle startup. Una parola inglese che definisce un determinato momento di sviluppo di una impresa che viene frequentemente collegata alla crescita dell’economia tramite l’innovazione, il settore ICT, le imprese giovani che creano nuovi di posti di lavoro e così via. Diventando una vera e propria “tendenza”. Aspetto che oggi vede critici e favorevoli. Emil Abirascid, fondatore e direttore di Startupbusiness, ha sottolineato come “ciò che è importante non è tanto ciò che trasmette lo specchio, ma come uno degli elementi riflessi sia uno dei più significativi del cambiamento paradigmatico che sta avvenendo. Siamo nel bel mezzo di un cambiamento strutturale, in una fase, dove per poter fare impresa basta avere una connessione, una buona idea ed una buona testa”. Un concetto che cambia il modo stesso di fare impresa mettendo la rete al centro del sistema e mostrando come il futuro non stia nei sistemi gerarchici consolidati. “Ad esempio il bitcoin” – racconta il giornalista – la moneta elettronica creata nel 2009, si regge senza un potere centralizzato, senza una banca centrale”. Un altro esempio di come la struttura gerarchica non sia al passo coi tempi si può ritrovare nelle recenti leggi “sulle startup, del 2012, così come in quella relativa al crowdfunding. Entrambe sono state un fallimento perché non sono state pensate realmente per agevolare la crescita delle aziende o per sbloccare gli investimenti nelle startup”.

Il fenomeno delle startup è un qualcosa di globale che non si può limitare soltanto ad una nazione o ad una regione. Il giornalista elenca 5 punti importanti per la crescita delle startup in Italia: capacità di fare imprese innovative; innovare la mentalità degli imprenditori; capitali per poter avviare un’impresa; avere un sistema legislativo incentivante; internazionalizzazione ossia avere la forza di entrare anche nei mercati esteri. “I primi due punti gli ho ritrovati negli italiani che partecipavano alle competizioni Europee per imprese innovative, mentre si riscontrano ancora delle criticità negli ultimi tre” dice il giornalista che aggiunge “si dovrebbe mettere il paese nelle condizioni di avere una maggiore competitività”.

Diversi sono gli acceleratori che possono far spostare gli equilibri dello sviluppo nella penisola dando il giusto risalto al paese a livello internazionale e facendo entrare il paese nell’ecosistema internazionale dell’innovazione. Il food tech, il fashion, la nautica ed i medical devices sono alcuni esempi di settori dove l’Italia eccelle. “Per poterci mettere in una reale ottica di competitività si potrebbe fare una Champions League delle startup – conclude il giornalista – che hanno avuto un reale successo nel mercato. Non quelle vincenti grazie ad un decreto legge. Una competizione che crei e rafforzi aziende di valore e di modo che possano essere da esempio per altre aziende”.

La rete è un luogo sia fisico che virtuale e lo specchio non è altro che la scusa per poter “riflettere” su di noi e su ciò che ci circonda. Un modo privilegiato da cui poter osservare ed osservarci. Poter prendere atto dei cambiamenti e delle prospettive. Riflettere in se e negli altri, cambiare i paradigmi con cui leggiamo la realtà. Modificare il nostro rapporto con gli oggetti che ci circondano, ma anche cambiare il nostro modo di leggerci dando un valore nuovo al modo di rapportarci con gli altri, alla condivisione di esperienze e di progetti. Un modo nuovo di fare networking che modifica le relazioni, traccia un nuovo quadro di diritti e che cambia il mercato del lavoro.

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