Sardegna: “gli investitori non ci sono perché mancano infrastrutture e c’è una burocrazia che ostacola le imprese”

La Nuova Sardegna Pagina 8 – Sardegna

Le imprese: «Investitori sempre lontani dall’isola ma non per l’articolo 18»
I redditi dei sardi scesi agli ultimi posti nella classifica dell’Ue

di ALFREDO FRANCHINI

CAGLIARI. Un tunnel lungo dieci anni. È il periodo buio della Sardegna che nell’ultimo decennio non solo non è cresciuta ma ha perso ricchezza. «Con l’articolo 18 non si attirano investimenti», ha detto Monti, ma nell’isola la convinzione è un’altra: gli investitori non ci sono perché mancano infrastrutture e c’è una burocrazia che ostacola le imprese.
I dati diffusi all’inizio dell’anno dagli organismi più diversi, (Ocse, Svimez, Banca d’Italia), testimoniano che si è allargata la forbice tra ricchi e poveri: i redditi dei lavoratori dipendenti sono fermi mentre crescono quelli dei lavoratori autonomi. Complessivamente, però, le cose vanno male per tutti i sardi: il reddito è sceso, nel periodo 1991-2011, così tanto che la Sardegna si trova oggi al posto numero 197 nella classifica delle 271 regioni europee. Non va meglio al sistema produttivo: 234º posto sempre su 271 regioni. Non è un caso che in un decennio l’isola abbia perso tante posizioni: il lavoro col settore pubblico rappresenta il settanta per cento del Pil e su cento buste paghe la predominanza è sempre del pubblico. «Ci sono troppe lacune nel sistema e i casi della grande industria (che fugge dall’isola) non devono far credere che ci possa essere un futuro senza industria», afferma Massimo Putzu, presidente della Confindustria regionale, «da questo punto di vista è chiaro che la flessibilità del lavoro è importante ma ci devono essere a monte delle precondizioni: avere delle infrastrutture che ci consentano di competere». E di ridurre i ritardi che l’isola ha accumulato: per molti indici infrastrutturali è all’ultimo posto in Italia. «Quello che serve alla Sardegna è sotto gli occhi di tutti», afferma Francesco Lippi, presidente della Confapi, (l’associazione delle piccole e medie imprese), «dobbiamo realizzare una serie di infrastrutture a supporto di tutto il sistema economico. È l’unico modo per poter garantire gli investimenti. Assieme a questo, occorre ridurre i tempi della burocrazia. Si deve arrivare a poter attirare gli investitori dicendo loro: venite in Sardegna e avrete tutte le autorizzazioni nel giro di trenta giorni». Sarebbe un gran risultato giacché ancora oggi ci sono imprese che faticano ad avere persino la corrente in tempi accettabili. E si continua a discutere di industrie energivore mentre il metanodotto Galsi che potrebbe dare un impulso all’economia sarda, va a rilento.
«Altro che articolo 18! Gli investitori non vengono da noi perché ci sono situazioni da terzo mondo», spiega Enzo Costa, segretario generale della Cgil; «prendiamo la zona industriale di Bolotana, ci sono imprenditori che non hanno nemmeno l’Adsl». Per capire quanto influisca poco la questione dell’articolo 18 basta prendere la dichiarazione con cui Alcoa ha aperto la procedura di mobilità e ha salutato la Sardegna. «Alcoa in quella lettera», afferma Enzo Costa, «attesta che non ci sono in Sardegna le condizioni per produrre alluminio e tra le negatività cita il costo dell’energia, più alto rispetto alle altre regioni, e aggiunge che, dovendo importare ossido d’alluminio, aumentano i costi perché la banchina d’attracco non è adatta, possono arrivarci solo le navi più piccole, con costi superiori». L’articolo 18? «È una provocazione, i nodi strutturali sono altri e sarebbe importante finalizzare ogni euro pubblico investito alla creazione di posti di lavoro». La Giunta Cappellacci – conclude Costa – si appresta a finanziare i Consorzi fidi come previsto dall’accordo raggiunto nel convento di Vallermosa, «ma anche in quel caso di occupazione non se n’è parlato».
Diverso il punto di vista degli artigiani ma c’è sempre un filo rosso che lega la crescita alle infrastrutture e alla burocrazia: «Ci sono imprese che non lavorano per le difficoltà a effettuare gli investimenti di base e poi c’è un’enorme difficoltà a trovare la manodopera adeguata anche a fronte di una domanda mirata», afferma Filippo Spanu della Confartigianato. «Su questo è evidente che bisogna rivedere il percorso della formazione professionale legata all’istruzione tecnica». Per gli artigiani, forse anche più degli altri, sono fondamentali i tempi dei pagamenti: «Le piccole imprese che lavorano col pubblico hanno bisogno di certezze».
Questi sono i veri problemi, non l’articolo 18, mentre tutti sono d’accordo sulla necessità di mettere ordine al mercato del lavoro. Con esigenze diverse: oggi più di prima ogni categoria pretende equità. I giovani chiedono di combattere il precariato, le imprese esigono flessibilità. Filippo Spanu immagina una riforma che cammini su tre gambe per limitare la babele dei contratti: «Puntiamo sull’apprendistato e poi sarebbe utile un contratto a garanzie crescenti». La terza gamba è quella della flessibilità, (più costosa per le aziende), da applicarsi magari alle imprese che hanno esigenze stagionali.

Fonte: La Nuova Sardegna

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