La ricerca è essenziale per la crescita, ma le imprese sarde non investono

Rilanciamo l’articolo di Giuseppe Pulina su Sardegna 24 “La ricerca è essenziale per la crescita, ma le imprese sarde non investono”

La ricerca scientifica e il conseguente sviluppo tecnologico sono universalmente considerati il motore della crescita economica di una comunità. Il motivo potrebbe sembrare banale, ma l’economia ha dei fondamentali tanto semplici da essere a volte sottovalutati. Il vantaggio competitivo delle imprese si fonda sulla loro capacità di mantenersi all’interno della marginalità economica, di chiudere cioè i bilanci in attivo e remunerare tutti i fattori della produzione impiegati, capitali compresi, a prezzi di mercato.

Nelle economie moderne uno dei fattori determinanti lo sviluppo è la capacità delle imprese di produrre nuovi beni e servizi o di inserire nei beni e servizi tradizionali una quota di innovazione che li renda più attrattivi dal mercato (in gergo moderno, vincenti): queste sono dette innovazioni di prodotto. Le imprese possono anche operare sui processi di produzione rendendoli più efficienti e meno onerosi, con la cosiddetta innovazione di processo. Di solito le imprese agiscono su entrambi i fronti, privilegiando uno o l’altro in funzione delle loro strategie finanziarie e di mercato.

Le innovazioni nascono dalla ricerca scientifica e dallo sviluppo tecnologico ed è per questo che senza investimenti in questo settore una economia è destinata a segnare il passo e poi a soccombere. Il sottofinanziamento della ricerca in Italia è unanimemente ritenuto uno dei principali motivi del basso incremento del Pil che si registra da anni nel nostro Paese. È noto a tutti che l’Europa non ha centrato l’obiettivo, stabilito dalla strategia di Lisbona nel lontano 2000, di impegnare entro il 2010 il 3% del Pil in ricerca e sviluppo (R&D, secondo l’acronimo di moda), essendo il livello attuale per l’Unione-27 inchiodato al’1,9%. Data l’attuale situazione di crisi economica e l’elevata instabilità dei mercati finanziari, l’Unione ha ritenuto prioritario proiettare lo stesso obiettivo al 2020.

È anche ampiamente noto che l’Italia, con un misero 1,27% del PIL, si trova saldamente nel gruppetto di coda non solo delle nazioni europee, ma anche a livello mondiale. Va precisato che l’Italia non è mai stata generosa in quanto a spese per la ricerca: infatti, se nel 1970 dedicavamo appena lo 0,8% del Pil, nel trascorso degli ultimi quarant’anni abbiamo accresciuto l’impegno relativo in maniera insignificante (0,1% all’anno). Anche il parco ricercatori italiani è sottodimensionato, potendo contare solo su 3,5 scienziati ogni 1000 abitanti, contro i 5 dell’UE e i 7 del Giappone. E la Sardegna? Gli ultimi dati disponibili (Istat, 2009) rilevano per l’Isola una spesa in R&S di circa 200 milioni di euro, pari allo 0,65% del PIL (la metà del dato nazionale) e un parco ricercatori di 2900 unità, pari a 1,8 scienziati per mille abitanti. Inoltre, mentre a livello nazionale il 52% della spesa è allocata presso le imprese e il 32% presso le università, in Sardegna gli atenei di Cagliari e di Sassari cubano l’80% della spesa e le imprese solo il 13% (il complemento a 100 è dato dai finanziamenti agli altri enti pubblici di ricerca).

Ne consegue che i ricercatori sardi sono concentrati nelle Università per il 73%, mentre tutte le imprese dell’Isola impiegano soltanto 450 lavoratori della conoscenza. Una debacle. In questa rubrica metteremo in evidenza le luci e le ombre della ricerca in Sardegna, con uno sguardo al quadro nazionale e internazionale, e nel contempo cercheremo di esplorare e rendere visibili i lavori di gruppi di alta qualificazione e le ricadute tecnologiche che le loro ricerche hanno sui settori industriali, normalmente collocati fuori dalla Sardegna, che speriamo in un futuro non remoto possano portare il loro valore aggiunto a beneficio dell’Isola.

Fonte: Sardegna 24

 

 

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